lunedì 22 febbraio 2016

Come trasformarsi in una farfalla

Cosa accade quando veniamo guardati con occhi capaci di andare oltre? Il cortometraggio "Il Circo della Farfalla", ci offre la risposta!


Ogni bruco può diventare una farfalla. Il cambiamento è sempre possibile.

Quante volte vi è successo di venire offesi perché "diversi"? O per qualcosa che avevate di meno o di più? 
E quante volte siete stati voi a  offendere, giudicare, denigrare qualcun'altro, perché diverso da voi? 
E' la tendenza della maggior parte delle persone quella di giudicare gli altri dalle apparenze e di guardare noi stessi ponendo l'attenzione su cosa non va e cosa ci manca. 
E' ciò che racconta il cortometraggio "Il Circo della Farfalla", dove il signor Méndez, proprietario di un circo, si ferma a guardare "Il padiglione delle mostruosità", lì c'è anche Will, che viene presentato al pubblico come una perversione della natura -un uomo se così lo si può chiamare- un uomo a cui Dio stesso ha voltato le spalle". 
La vita di Will cambia quando conosce il signor Méndez, attraverso le sue parole il ragazzo rinasce "Se solo tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri, se solo tu potessi vedere ciò che di meraviglioso c'è in te". 
Qui di seguito il film:


Basta che esista anche una sola persona al mondo che creda in noi, per cambiarci la vita.
Essere visti con occhi diversi, con occhi che vanno a fondo e oltre, al di là di ciò che appare, permette di sentirci vivi e di credere in noi stessi. 
La consapevolezza di appartenere a una rete sociale, a un gruppo che ci dà sostegno, permette di sviluppare quella grande forza chiamata resilienza.
La resilienza è la capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rafforzati o addirittura trasformati (Grotberg, 2001).
Kobasa individuò tre caratteristiche dei soggetti resilienti: 
1. La convinzione di avere il controllo sugli eventi;
2. Sentirsi coinvolti nelle attività svolte nel corso della vita;
3. La percezione del cambiamento come sfida che potrebbe produrre aspetti positivi.
Per favorirla, oltre a caratteristiche personali (temperamento e attitudini), sono essenziali fattori familiari (calore, coesione, interesse) e di sostegno (organizzazione, insegnanti ed educatori...ad esempio qualcuno che crede in te) (Rutter, 1987).
E' ciò che ha avuto Will e che gli ha permesso di cambiare. Will, interpretato da Nick Vujicic, nato senza gambe e senza braccia, ha affrontato le avversità senza soccombere ad esse.
Quando Will è perplesso e non crede di farcela, il signor Méndez afferma "Più grande è la tua lotta e più glorioso il trionfo".
Will subisce una metamorfosi da bruco a farfalla e spicca il volo.
"Non è importante dove sei ora, è importante dove stai guardando": qualunque sia la nostra condizione attuale: mentale, fisica o sociale, il cambiamento è sempre possibile.
Ognuno di noi possiede infinite potenzialità e punti di forza, che possono emergere e farci eccellere, farci sentire straordinari, e far cambiare la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda.
L'autocommiserazione ed il vittimismo non fanno altro che ingabbiarci in un vortice negativo che ci porta inesorabilmente verso il basso. 
Guardiamoci con occhi diversi, guardiamo gli altri con occhi diversi, aiutiamoli a vedere le loro potenzialità e risorse, e a puntare su quello che c'è e non su ciò che manca.
"Se non ricevi un miracolo... Diventalo!" Nick Vujicic

Lara Zucchini

Fonti:

Grotberg E.H., Resilience program for children disaster. In Wiley online library, volume 7, issues 2, pp 75-83, June 2001 

Rutter M.,Psychosocial resilience and protective mechanisms. In: American Journal of Orthopsychiatry, 57, pp 316-31, 1987.

Kobasa S.C., “Stressful Life Events, Personality and Health: An Inquiry Into Hardiness”, Journal of Personality and Social Psych, 37:1-11, 1979

Quando "muore" un amore...(Parte 1)

“ E vissero felici e contenti per tutta la vita” è la frase finale di molte fiabe. Ma non sempre nella vita reale tutte le storie d’amore culminano in un lieto fine. L’amore finisce e la coppia scoppia.






Diverse possono esser le ragioni che portano alla rottura o alla separazione tra due persone, spesso si cerca di incollare i cocci del vetro cercando aiuto presso professionisti, ma a volte quando qualcosa nella coppia si rompe nulla può aggiustarlo.
La decisione di porre fine ad una relazione durata anni o mesi è una decisione ben ponderata, non è presa alla leggera e deriva da numerose riflessioni.
L’amore è un sentimento bellissimo, che appaga, che fa sentir vivi, nasce e si insinua silenziosamente e improvvisamente. Ma come nasce all'improvviso, può svanire all'improvviso…
Entrambi i partner si chiedono: “Cosa avrebbero potuto fare?”; “Cosa può essere ancora fatto?”; “Perché non hanno capito di esser arrivati ad un punto di non ritorno?”
Generalmente la persona che è stata “mollata” affronta la rottura  addossandosi le colpe, cerca di capire i motivi, si sente persa, smarrita, svuotata e non sa come affrontare il futuro; oppure connota tutta la relazione con accezioni negative, dimenticando le cose positive e infangando la memoria della relazione.
Entrambe le reazioni sono umane e comprensibili, non bisogna però dimenticare che: come la relazione è caratterizzata da co-partecipazione, anche la fine della stessa è caratterizzata da co-responsabilità.
I modi di affrontare questo cambiamento sono diversi: c’è chi si chiude in sé stesso, passa le sue giornate tra letto e divano mangiando gelato, un po’ come Bridget Jones; oppure chi, invece, finge con se stessa e con gli altri di non soffrire, ripetendosi che “è stata la giusta scelta!!!”
Quando una relazione finisce, si innesca un meccanismo simile a quello del lutto.
“Il dolore del lutto fa parte della vita esattamente quanto la gioia dell’amore; esso è forse il prezzo che paghiamo per l’amore, il costo del coinvolgimento; in pratica, chi sceglie di amare sceglie anche di soffrire” (M.Parkes).
L’elaborazione del lutto, nel nostro caso della rottura o della separazione della coppia, avviene in maniera differente da soggetto in soggetto e in tempistiche diverse.
Uomini e donne non si comportano allo stesso modo, infatti all'uomo è “imposto” di esser forte e far leva sull'orgoglio, mentre alla donna è concesso un atteggiamento più emotivo, caratterizzato da pianto e da momenti depressivi.
La psicologa svizzera Elisabeth Kübler-Ross (1970) ha individuato 5 fasi che si vivono in presenza di un evento traumatico, come il lutto vero e proprio, o in presenza di una separazione.
Il modello elaborato dalla Kübler-Ross è uno strumento utilissimo che permette di comprendere le dinamiche psicologiche più frequenti che affrontano le persone che vivono situazioni luttuoso e/o di separazione.
Le varie fasi si presentano con intensità differenti, sono regolate da emozioni diverse e generalmente si verificano seguendo l’ordine sotto citato.
Vediamoli nel dettaglio:

  • La Negazione: è la fase iniziale, la fase del: “NON è possibile!”.
  • La Collera: è la fase caratterizzata da sentimenti di rabbia e delle        domande: “perché proprio a ME?”
  • Il Patteggiamento: è la fase che inizia quando la persona elabora la         situazione: “cosa posso fare?” 
  •  La Depressione: in questa fase la persona inizia a prendere coscienza della perdita che sta subendo: “questo è quello che posso fare!”     
  • L’Accettazione: è la fase terminale di questo processo, in cui il soggetto accetta la propria condizione a seguito dell’elaborazione in toto della situazione: “accetto quello che ho perso!!"
 Continua: Quando "muore" un amore (parte 2)

Federica Lodato

Fonti:
E. Kubler-Ross. (1982). "La morte e il morire".Cittadella, Assisi 

sabato 20 febbraio 2016

Trovare sé stessi viaggiando

Come cambiamo quando dobbiamo partire per un viaggio? E come ci cambia viaggiare? Ecco tutti i cambiamenti che si mettono in moto viaggiando!


"La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo
Herman Keyserlin
Un viaggio è sempre una scoperta: di luoghi sconosciuti, di persone mai incontrate, di noi stessi. Il viaggio comporta coraggio, la direzione è sempre verso qualcosa di nuovo, che non si conosce, sia che si tratti di un viaggio di lavoro, di piacere o d’istruzione. Sono varie le emozioni che costellano ogni partenza: l'eccitazione o esaltazione che accompagnano l'attesa, la gioia del viaggio viene al ritorno contrastata dalla nostalgia, alcuni possono provare anche emozioni come paura e agitazione.
La psicologia del turismo si occupa di tutti i viaggiatori, in particolare studia il comportamento turistico: le componenti emotive, sociali, cognitive e motivazionali. Le motivazioni a viaggiare includono sia aspetti cosci che inconsci, sia necessità stabili che bisogni transitori. 
Bruschi, Pagnini e Pinazauti (1991) hanno individuato alcune motivazioni, tra cui: l'evasione dal quotidiano, l'esplorazione di se stessi, la ricerca di relax, la possibilità di promozione sociale inclusa nel viaggio, il miglioramento di interazioni sociali, la liberazione da costrizioni sociali.
Un importante aspetto che cambia l'andamento del viaggio è l'aspettativa di ogni viaggiatore. Ognuno si crea un'immagine interiore e questo influenza la presa di decisione della meta e delle proprie azioni. L'immagine non include solo l'aspetto turistico, ma anche l'immagine di se stesso che il soggetto ha scelto di sperimentare.

Il viaggio è fautore di cambiamento: è in grado di mutare l’identità di ogni viaggiatore. Quando viaggiamo cambiamo di “stato”, usciamo dalla nostra routine e dai nostri schemi. Ci scontriamo con nuove realtà, dove possiamo esplorare ed esplorarci attraverso una nuova prospettiva dove i nostri limiti vengono incontrati e 

superati e noi ci sentiamo più vivi, arricchiti e rinnovati. Essere calati in una realtà differente ci consente di vedere nuovi modi di vivere, scoprendo in sé stessi nuovi modi di essere. Adottiamo nuovi punti di vista, accrescendo quelli sulla nostra realtà, aumentando il nostro senso critico.

Vedere nuovi luoghi è un toccasana per la mente: guardando i luoghi incantevoli del mondo, la nostra mente in contemplazione, si placa e riposa.
Viaggiare cambia i nostri sensi. Essi si aguzzano attivandosi tra ciò che vedono, sentono, toccano, gustano.
Anche nel nostro cervello avviene un cambiamento, percorrendo nuove strade, conoscendo persone e imparando lingue le connessioni tra i nostri neuroni aumentano e noi “funzioniamo” meglio. Esaminando l'encefalo di 329 persone, l'equipe di ricercatori diretta da Michael Valenzuela dell'Università di Sydney, ha scoperto che chi aveva viaggiato molto e in generale aveva avuto una vita attiva, aveva anche una maggiore densità neuronale.
Il viaggio trasforma i nostri ricordi: ne costruisce di nuovi, trasforma quelli passati. Vengono stretti legami più intenso con gli amici o i familiari che ci hanno accompagnato.
"Viaggiare è come innamorarsi: il mondo si fa nuovo…". Jan Myrdal
"Non c’è uomo più completo di colui che ha viaggiato, che ha cambiato venti volte la forma del suo pensiero e della sua vita". Alphonse de Lamartine

E tu dopo un viaggio come ti senti cambiato?

Lara Zucchini

Fonti:

Bruschi F., Pagnini E., Pinzauti P., Cultura turistica, Hoepli: Milano, 1991.
Gulotta G., Psicologia turistica, Giuffrè editore: Milano, 1997.

venerdì 19 febbraio 2016

Quando nasce una MAMMA!?! (parte 2)

Vediamo cosa accade nel corpo e nella mente delle donne in gravidanza. Iniziano a crearsi le rappresentazioni materne e ciascuna di loro immagina quale sorriso avrà il proprio bambino!


In campo psicoanalitico le rappresentazioni materne rappresentano il modo in cui il soggetto organizza e costruisce con processi di introiezione ed identificazione immagini mentali di sé e dell’altro. Lo stesso Freud (1915) individua nelle rappresentazioni e nell'affetto gli elementi costitutivi delle pulsioni e li pone al centro della vita psichica del soggetto.
Le rappresentazioni materne durante la gravidanza sono talmente influenti al punto da influenzare la relazione madre-bambino. Sono proprio le rappresentazioni materne interiorizzate della propria madre a predire il comportamento materno della futura mamma.
Il gruppo di studio di Ammaniti dell'Università di Roma (1990) ha elaborato un' intervista semistrutturata: IRMAG/Intervista per le rappresentazioni materne in gravidanza. E’ uno strumento valutativo delle rappresentazioni in gravidanza, con l’obiettivo di esplorazione dell'area delle rappresentazioni mentali concernenti non solo se stessa come persona e come madre, ma anche il partner e la propria famiglia d'origine, nella donna che si trova ad affrontare la maternità.
Assalite da mille emozioni, anche in contrasto tra di loro, le future mamma immagino il giorno del parto, immagino come la loro vita cambierà, si chiedono che tipo di mamme saranno. Se saranno in grado di impartire al proprio figlio valori ed educazione. Si chiedono se saranno in grado di far le mamme o capaci di allattare.
Ma ciò che aspettano ed immaginano di più è il momento in cui potranno finalmente stringere al proprio corpo il loro amato figlio…..

giovedì 18 febbraio 2016

Da domani a dieta!!!

Il Natale, la Pasqua, il compleanno, la laurea, la Cresima, etc.., cosa hanno in comune queste festività tra loro? Trascorre del tempo con amici e parenti!? In parte. Ma a fare da padrone sono: la grande quantità di cibo e i sensi di colpa successivi.




La tipica frase che segue grandi abbuffate e periodi di festività è: Da domani sono a dieta! E’ forse una delle frasi più pronunciate al mondo…
I più fortunati saranno in grado di mantenere questa promessa, altri invece rimanderanno l’inizio della dieta di lunedì in lunedì.

D'altra parte, secondo la psicologia sociale del cibo, lo stile alimentare di ciascuno di noi gioca un ruolo importante nella comprensione del proprio sé e nel modo di regolare il comportamento legato all'assunzione del cibo.

Secondo Fiske e Taylor (1991), il processo di autoregolazione è implicato nei comportamenti alimentari, essi definiscono questo processo come: “un processo mentale e comportamentale attraverso il quale le persone manifestano le proprie concezioni di sé stessi, rielaborano le proprie condotte o trasformano l’ambiente, in modo da ottenere risultati in linea con le proprie percezioni di sé e con i propri obiettivi”.
Dunque l’autoregolazione è un costrutto che percepisce l’individuo come impegnato nello sforzo di modificare il proprio comportamento, al fine di eliminare azioni o pensieri disfunzionali. (Bandura, 1982).
Essa comporta l’identificazione degli obiettivi da perseguire, ed è contraddistinta da due fasi:
  •  La fase motivazionale: la quale fa riferimento alle aspettative, così da arrivare all'obiettivo prefissato.
  • La fase volitiva: si basa sulla pianificazione dell’azione al fine di raggiungere l’obiettivo.
Entrambe le fasi danno avvio al cambiamento del regime alimentare.
Le motivazione per decidere di cambiare il proprio stile alimentare sono differenti, vanno da ragioni prettamente estetiche a ragioni legate alla salute oppure ragioni legate alla salvaguardia dell’ambiente e degli animali.

Fortunatamente oggi grazie a numerosi ristoranti sparsi sul territorio e numerose informazioni che si trovano sul web, si possono provare ed assaggiare tutti i differenti stili di cucina e scegliere quella che più sono incline con la propria idea di cambiamento alimentare.





Federica Lodato 

Fonti:

M.Conner & C.J. Armitage (2008). "La psicologia a tavola". Il mulino.

Dallo stallo alle stelle

Quando raggiungi gli obiettivi che ti sei prefissato, sei sicuro di esser veramente felice? A volte, la felicità deriva semplicemente dal riscoprire se stessi, dal mettersi alla prova. Illuminando il proprio percorso con luci diverse.





Qualche  giorno fa mi trovai una rivista tra le mani, iniziai a sfogliarla fin quanto mi soffermai a leggere il titolo di un articolo che mi colpì positivamente: Mollo tutto e cambio vita”.
La giovane ex graphic designer italiana, Silvia Serrino, alla soglia dei suoi 30 anni decide di cambiar totalmente la sua vita. “Ormai stanca della solita routine” ha mollato lavoro e famiglia. Si è sbarazzata delle cose superflue come vestiti, scarpe e borse costosi e con il peso del suo zaino sulle spalle ha deciso di intraprendere un nuovo percorso.

Questa nuova vita le dà la possibilità di conoscere nuovi posti, nuove persone ma soprattutto di conoscere se stessa, tanto da affermare come questo cambiamento gli ha dato la possibilità di “scoprire di aver una forza di volontà incredibile”.

La cosa che mi ha particolarmente colpita è come Silvia riesce ad utilizzare il coping.
 “Le strategie di coping che le persone utilizzano per negoziare i cambiamenti di vita, quali le transizioni lavorative possono influenzare in maniera significativa sia il benessere che accompagna le transizioni stesse, sia il potenziale d’impiego futuro” (Hanisch, 1999).
Il coping è quindi una componente cruciale per fronteggiare i cambiamenti; il termine deriva dal verbo inglese to cope che significa: far fronte a; reagire a
Esso indica:
  •        L’insieme di strategie cognitive e comportamentali messe in atto per       fronteggiare una situazione difficile;
  •        Il modo in cui ci si adatta emotivamente a questa situazione.
Il coping consiste negli sforzi orientati all'azione ed intrapsichici per gestire (cioè controllare, tollerare, ridurre, minimizzare) le richieste ambientali ed interne, ed i conflitti tra esse che mettono alla prova o vanno al di là delle risorse personali” (Lazarus 1978).

Nonostante il viaggio verso il cambiamento è appena iniziato, Silvia percepisce già il suo sé rinnovato; si sente finalmente libera, leggere e profonda. Si immerge nella semplicità e nella natura, da quest’ultima prende insegnamento e si lascia disciplinare.
Forse per lei il detto popolare: “Dalle stelle alla stalle” è da invertire, poiché ha trovato nelle “stalle le sue stelle”.

Federica Lodato

Fonti:


Lazarus, R. S. (1966). "Psychological stress and the coping process". New York: McGraw-Hill. 

martedì 16 febbraio 2016

Basta: cambio lavoro!!!

E' davvero sbagliato voler cambiare lavoro nel momento di crisi in cui versa il nostro Paese? Le ragioni che spingono le persone a voler cercare offerte lavorative più vantaggiose sono diverse: da quelle economiche a quelle psicologiche. Un buon livello di self-efficacy può essere d'aiuto.







Uno dei grossi problemi che milioni di Italiani vivono ormai dal 2008 fino ad oggi è legato alla ricerca del lavoro.
E’ da anni ormai che la crisi flagella il nostro paese lasciando moltissimi giovani o padri di famiglia disoccupati… 
Ma c’è un altro problema, spesso sottovalutato, che è insito in questo ambiente, quello di cambiare lavoro.
La decisione di voler cambiare occupazione deriva da mille problematiche, tra cui lo stress, l’insoddisfazione e la poca passione.

Non è semplice prendere questa 
decisione, spesso si cerca di sopprimere questa voglia crescente cercando di ripetere dentro di sé 
E’ solo un periodo transitorio, magari tra un paio di mesi cambierà qualcosa”; “Devo ritenermi fortunato ad avere un lavoro” oppure “E se un nuovo lavoro non dovesse piacermi?”… Sono tutti validi motivi da tener in considerazione e da non sottovalutare, ma ci sono dei fattori che posso diventare problematici tanto da rendere il proprio lavoro angosciante e fonte di malessere.
Nel momento in cui cambiare lavoro diventa necessario, sia per motivi personali, sia per motivi che non dipendo dai noi, si deve far ricorso al proprio senso di auto-efficacia.
Per self-efficacy/ auto-efficacia (Bandura, 1986) si intende un insieme di convinzioni che le persone possiedono riguardo alle proprie capacità di organizzazione e di esecuzioni delle azioni necessarie al fine di raggiungere i propri obiettivi.
Dal diverso livello di auto-efficacia posseduto dai singoli dipendono:
  • Le modalità con cui si reagisce alle difficoltà della vita;
  • L’entità dello sforzo per fronteggiare le difficoltà;
  • La capacità di perseverare di fronte agli ostacoli e alle esperienze di fallimento;
  •  La quantità di stress e depressione vissuta.
Quando si prende coscienza di voler affrontare questo cambiamento bisogna far leva  sul senso di auto-efficacia, cercando di percepirsi come persone capaci.
Ci saranno molti ostacoli da fronteggiare, è un cambiamento che spesso non può avvenire dall’oggi al domani. Bisogna costruire e volere questo cambiamento step by step, affrontando tutti i momenti di sconforto, di debolezza e di stallo. Preparare il proprio percorso vincendo le avversità.

Federica Lodato

Fonti:
A.Bandura. "Il senso di autoefficacia. Aspettative su di sè e azioni". Erikson