mercoledì 24 febbraio 2016

Le parole cambiano le nostre emozioni... Ecco come!

Cambiare se stessi vuol dire modificare qualcosa di noi che non ci fa stare bene soprattutto con noi stessi. Una chiave per affrontare e svolgere i nostri cambiamenti è svolta dalle parole che quotidianamente scegliamo.


Avete mai pensato alla potenza trasformativa che hanno le parole?
Le parole vengono usate per farci ridere o piangere, possono ferire o guarire, ci offrono speranza o devastazione. Molte opinioni sono create dalle parole e dalle parole possono anche essere cambiate. Ad esempio, l'uguaglianza razziale è nata sicuramente da azioni, ma queste azioni erano ispirate a parole appassionate. Chi può dimenticare l'invocazione commovente di Martin Luther King: "Io ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il vero significato del suo credo..."
Molti di noi sono consapevoli del ruolo che hanno avuto le parole nella nostra storia, del potere che i grandi oratori hanno di commuoverci, ma pochi di noi si rendono invece conto del proprio potere di usare quelle stesse parole per suscitare emozioni, sfidare, incoraggiare e sostenere il nostro animo, per indurci all'azione
Attribuiamo significato a tutte le sensazioni che percepiamo attraverso la creazione di etichette: le parole. Ci creiamo le nostre espressioni che trasformano la nostra esperienza di vita. L'etichetta che ci mettiamo sopra diventa la nostra esperienza. E quello che era "un po problematico" diventa "devastante". Usando stampi diversi ad esempio "seccato" invece di "furioso" o "arrabbiato" cambiamo immediatamente l'intensità della nostra esperienza, che diventa qualcos'altro. Questa è l'essenza del vocabolario trasformazionale: le parole che applichiamo alla nostra esperienza diventano la nostra esperienza.

Perlopiù non siamo consapevoli delle parole che utilizziamo. Pensate al potere che le vostre parole possono esercitare, se solo le scegliete con intelligenza.
Ciò che vi consiglio per controllare consciamente la nostra vita, è di valutare consapevolmente migliorando il nostro abituale vocabolario, per essere sicuri che ci porti nella direzione voluta e non in quella che vogliamo evitare. 
Usare parole a forte carica emozionale può trasformare magicamente il vostro stato emozionale o quello di qualcun'altro. Ad esempio, parlando con qualcun'altro, cambiare una sola chiave ha un effetto immediato su ciò che prova questa persona e spesso ance il modo in cui si comporta di conseguenza.
E allo stesso modo, semplicemente cambiando il vostro vocabolario abituale, cambiando le parole che usate solitamente per descrivere le emozioni della vostra vita, potete cambiare all'istante quello che pensate, quello che provate e il vostro modo di vivere.
Ad esempio... quando usate le parole per descrivere come vi sentite, provate a cambiare "arrabbiato" con "deluso" o "depresso" con "non proprio al massimo"/ "sulla via di un cambiamento" o "di odiare" con "di preferire" o "geloso" con "innamoratissimo" o "stressato" con "impegnato" o "stupido" con "poco informato"... e così via, provate!
Le parole hanno il potere di cambiare la nostra percezione e la nostra sensazione. Possiamo provare tutti una stessa esperienza ma definirla in modo differente, questo cambia quello che proviamo e le sensazioni prodotte dal nostro sistema nervoso. Le parole creano un effetto biochimico. Pensateci...
Quante parole creerebbero in voi un'immediata reazione emozionale? Se per esempio qualcuno vi indirizzasse un insulto basato su questioni razziali? che cosa provereste? O se qualcuno vi lanciasse un insulto, non cambiereste stato emozionale?
 "Le parole formano il filo con cui leghiamo le nostre esperienze". Aldous Huxley

Secondo le statistiche il vocabolario di una persona media va dalle 2000 alle 10mila parole... La lingua italiana ha circa 500mila parole, significa che normalmente usiamo solo dallo 0.5 al 2% della lingua! Di queste parole quante servono a descrivere un'emozione? Esistono almeno 3000 parole per descrivere emozioni umane, ci sarebbero 1051 parole che descrivono parole positive, mentre sono 2086 quelle che descrivono emozioni negative. Non c'è da meravigliarsi che la gente si senta più triste che allegra! 

Se riuscissimo ad analizzare più criticamente le emozioni che proviamo ed essere più creativi nel valutare le cose, potremmo applicare una nuova etichetta alle nostre sensazioni e perciò cambiare la nostra esperienza emozionale
"Senza conoscere la forza delle parole, è impossibile conoscere gli uomini". Confucio
Cambiando le nostre parole abituali possiamo letteralmente cambiare gli schemi emotivi della nostra vita.
Provare per credere!

Lara Zucchini

Fonti:
Azzinari E., Vis et Honor. Sei pronto a scommettere su te stesso?, Lampi di stampa: Milano, 2008

Robbins A., Come migliorare il proprio stato mentale, fisico, finanziario. Manuale di psicologia del cambiamento. Tascabili Bompiani, 2008 

lunedì 22 febbraio 2016

Quando "muore" un amore...( Parte 2)

In questa seconda parte del post l'interesse è rivolto verso il "sè" e quali strategie utilizza per riorganizzarsi. Deve fare i conti con un diverso modo di percepirsi e ridisegnare il proprio senso d'identità.



La prima parte del post: Quando "muore" un amore (parte 1) è dedicata all'elaborazione e alla prese di coscienza della situazione dolorosa da affrontare per la persona che perde "l'amore della sua vita". 
In questa seconda parte del post, invece, l'attenzione è focalizzata su come il  del soggetto deve riorganizzarsi.
Spesso, nella relazione con l’altro si perde il proprio senso d’identità.
L’unione d’amore inizia amando se stessi, quando si ristabilisce l’equilibrio perduto, si ritorna ad amare nuovamente se stessi. Si potrà esser di nuovo liberi d’amare gli altri, senza dimenticare il proprio sé, il quale sarà un sé nuovo e cambiato dall'esperienza.
A livello incoscio vi sono 3 meccanismi di difesa che vengono attivati in presenza di situazioni dolorose, fungono da mediatori dell’ evento e filtrano la realtà in modo da renderla sostenibile. 
Tali meccanismi sono: 
  1.    Negazione,  ovvero negare la realtà;
  2.    Spostamento, ovvero spostare l’ansia su altri problemi;
  3.    Scissione, la quale fa apparire la persona lucida e razionale, mentre il contenuto emozionale rimane fuori dalla coscienza.                
Sono dei meccanismi di difesa necessari, più o meno efficaci, che il soggetto mette in atto inconsapevolmente e garantiscono una risoluzione della condizione in maniera non patologica.
Solo con il tempo si potrà percepire come una tale esperienza è in grado di cambiare, magari anche arricchire, il proprio vissuto. 
Un pò come l'araba fenice che rinasce dalle sue ceneri, bisogna rinascere e riiniziare a vivere con se stessi dopo una rottura.
Può far capire che si è in grado di esser forti e affrontare il mondo, senza perdere fiducia nell'amore.


D’altra parte abbiamo sempre noi stessi, per cui siamo sempre amati!!!!
Volevo chiudere il post, lasciandovi ad un breve estratto del film: "Il diario di Bridget Jones". E' una delle molte scene che trovo divertenti.



Federica Lodato

Fonti:
E. Kubler-Ross. (1982). "La morte e il morire".Cittadella, Assisi 

Come trasformarsi in una farfalla

Cosa accade quando veniamo guardati con occhi capaci di andare oltre? Il cortometraggio "Il Circo della Farfalla", ci offre la risposta!


Ogni bruco può diventare una farfalla. Il cambiamento è sempre possibile.

Quante volte vi è successo di venire offesi perché "diversi"? O per qualcosa che avevate di meno o di più? 
E quante volte siete stati voi a  offendere, giudicare, denigrare qualcun'altro, perché diverso da voi? 
E' la tendenza della maggior parte delle persone quella di giudicare gli altri dalle apparenze e di guardare noi stessi ponendo l'attenzione su cosa non va e cosa ci manca. 
E' ciò che racconta il cortometraggio "Il Circo della Farfalla", dove il signor Méndez, proprietario di un circo, si ferma a guardare "Il padiglione delle mostruosità", lì c'è anche Will, che viene presentato al pubblico come una perversione della natura -un uomo se così lo si può chiamare- un uomo a cui Dio stesso ha voltato le spalle". 
La vita di Will cambia quando conosce il signor Méndez, attraverso le sue parole il ragazzo rinasce "Se solo tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri, se solo tu potessi vedere ciò che di meraviglioso c'è in te". 
Qui di seguito il film:


Basta che esista anche una sola persona al mondo che creda in noi, per cambiarci la vita.
Essere visti con occhi diversi, con occhi che vanno a fondo e oltre, al di là di ciò che appare, permette di sentirci vivi e di credere in noi stessi. 
La consapevolezza di appartenere a una rete sociale, a un gruppo che ci dà sostegno, permette di sviluppare quella grande forza chiamata resilienza.
La resilienza è la capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rafforzati o addirittura trasformati (Grotberg, 2001).
Kobasa individuò tre caratteristiche dei soggetti resilienti: 
1. La convinzione di avere il controllo sugli eventi;
2. Sentirsi coinvolti nelle attività svolte nel corso della vita;
3. La percezione del cambiamento come sfida che potrebbe produrre aspetti positivi.
Per favorirla, oltre a caratteristiche personali (temperamento e attitudini), sono essenziali fattori familiari (calore, coesione, interesse) e di sostegno (organizzazione, insegnanti ed educatori...ad esempio qualcuno che crede in te) (Rutter, 1987).
E' ciò che ha avuto Will e che gli ha permesso di cambiare. Will, interpretato da Nick Vujicic, nato senza gambe e senza braccia, ha affrontato le avversità senza soccombere ad esse.
Quando Will è perplesso e non crede di farcela, il signor Méndez afferma "Più grande è la tua lotta e più glorioso il trionfo".
Will subisce una metamorfosi da bruco a farfalla e spicca il volo.
"Non è importante dove sei ora, è importante dove stai guardando": qualunque sia la nostra condizione attuale: mentale, fisica o sociale, il cambiamento è sempre possibile.
Ognuno di noi possiede infinite potenzialità e punti di forza, che possono emergere e farci eccellere, farci sentire straordinari, e far cambiare la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda.
L'autocommiserazione ed il vittimismo non fanno altro che ingabbiarci in un vortice negativo che ci porta inesorabilmente verso il basso. 
Guardiamoci con occhi diversi, guardiamo gli altri con occhi diversi, aiutiamoli a vedere le loro potenzialità e risorse, e a puntare su quello che c'è e non su ciò che manca.
"Se non ricevi un miracolo... Diventalo!" Nick Vujicic

Lara Zucchini

Fonti:

Grotberg E.H., Resilience program for children disaster. In Wiley online library, volume 7, issues 2, pp 75-83, June 2001 

Rutter M.,Psychosocial resilience and protective mechanisms. In: American Journal of Orthopsychiatry, 57, pp 316-31, 1987.

Kobasa S.C., “Stressful Life Events, Personality and Health: An Inquiry Into Hardiness”, Journal of Personality and Social Psych, 37:1-11, 1979

Quando "muore" un amore...(Parte 1)

“ E vissero felici e contenti per tutta la vita” è la frase finale di molte fiabe. Ma non sempre nella vita reale tutte le storie d’amore culminano in un lieto fine. L’amore finisce e la coppia scoppia.






Diverse possono esser le ragioni che portano alla rottura o alla separazione tra due persone, spesso si cerca di incollare i cocci del vetro cercando aiuto presso professionisti, ma a volte quando qualcosa nella coppia si rompe nulla può aggiustarlo.
La decisione di porre fine ad una relazione durata anni o mesi è una decisione ben ponderata, non è presa alla leggera e deriva da numerose riflessioni.
L’amore è un sentimento bellissimo, che appaga, che fa sentir vivi, nasce e si insinua silenziosamente e improvvisamente. Ma come nasce all'improvviso, può svanire all'improvviso…
Entrambi i partner si chiedono: “Cosa avrebbero potuto fare?”; “Cosa può essere ancora fatto?”; “Perché non hanno capito di esser arrivati ad un punto di non ritorno?”
Generalmente la persona che è stata “mollata” affronta la rottura  addossandosi le colpe, cerca di capire i motivi, si sente persa, smarrita, svuotata e non sa come affrontare il futuro; oppure connota tutta la relazione con accezioni negative, dimenticando le cose positive e infangando la memoria della relazione.
Entrambe le reazioni sono umane e comprensibili, non bisogna però dimenticare che: come la relazione è caratterizzata da co-partecipazione, anche la fine della stessa è caratterizzata da co-responsabilità.
I modi di affrontare questo cambiamento sono diversi: c’è chi si chiude in sé stesso, passa le sue giornate tra letto e divano mangiando gelato, un po’ come Bridget Jones; oppure chi, invece, finge con se stessa e con gli altri di non soffrire, ripetendosi che “è stata la giusta scelta!!!”
Quando una relazione finisce, si innesca un meccanismo simile a quello del lutto.
“Il dolore del lutto fa parte della vita esattamente quanto la gioia dell’amore; esso è forse il prezzo che paghiamo per l’amore, il costo del coinvolgimento; in pratica, chi sceglie di amare sceglie anche di soffrire” (M.Parkes).
L’elaborazione del lutto, nel nostro caso della rottura o della separazione della coppia, avviene in maniera differente da soggetto in soggetto e in tempistiche diverse.
Uomini e donne non si comportano allo stesso modo, infatti all'uomo è “imposto” di esser forte e far leva sull'orgoglio, mentre alla donna è concesso un atteggiamento più emotivo, caratterizzato da pianto e da momenti depressivi.
La psicologa svizzera Elisabeth Kübler-Ross (1970) ha individuato 5 fasi che si vivono in presenza di un evento traumatico, come il lutto vero e proprio, o in presenza di una separazione.
Il modello elaborato dalla Kübler-Ross è uno strumento utilissimo che permette di comprendere le dinamiche psicologiche più frequenti che affrontano le persone che vivono situazioni luttuoso e/o di separazione.
Le varie fasi si presentano con intensità differenti, sono regolate da emozioni diverse e generalmente si verificano seguendo l’ordine sotto citato.
Vediamoli nel dettaglio:

  • La Negazione: è la fase iniziale, la fase del: “NON è possibile!”.
  • La Collera: è la fase caratterizzata da sentimenti di rabbia e delle        domande: “perché proprio a ME?”
  • Il Patteggiamento: è la fase che inizia quando la persona elabora la         situazione: “cosa posso fare?” 
  •  La Depressione: in questa fase la persona inizia a prendere coscienza della perdita che sta subendo: “questo è quello che posso fare!”     
  • L’Accettazione: è la fase terminale di questo processo, in cui il soggetto accetta la propria condizione a seguito dell’elaborazione in toto della situazione: “accetto quello che ho perso!!"
 Continua: Quando "muore" un amore (parte 2)

Federica Lodato

Fonti:
E. Kubler-Ross. (1982). "La morte e il morire".Cittadella, Assisi 

sabato 20 febbraio 2016

Trovare sé stessi viaggiando

Come cambiamo quando dobbiamo partire per un viaggio? E come ci cambia viaggiare? Ecco tutti i cambiamenti che si mettono in moto viaggiando!


"La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo
Herman Keyserlin
Un viaggio è sempre una scoperta: di luoghi sconosciuti, di persone mai incontrate, di noi stessi. Il viaggio comporta coraggio, la direzione è sempre verso qualcosa di nuovo, che non si conosce, sia che si tratti di un viaggio di lavoro, di piacere o d’istruzione. Sono varie le emozioni che costellano ogni partenza: l'eccitazione o esaltazione che accompagnano l'attesa, la gioia del viaggio viene al ritorno contrastata dalla nostalgia, alcuni possono provare anche emozioni come paura e agitazione.
La psicologia del turismo si occupa di tutti i viaggiatori, in particolare studia il comportamento turistico: le componenti emotive, sociali, cognitive e motivazionali. Le motivazioni a viaggiare includono sia aspetti cosci che inconsci, sia necessità stabili che bisogni transitori. 
Bruschi, Pagnini e Pinazauti (1991) hanno individuato alcune motivazioni, tra cui: l'evasione dal quotidiano, l'esplorazione di se stessi, la ricerca di relax, la possibilità di promozione sociale inclusa nel viaggio, il miglioramento di interazioni sociali, la liberazione da costrizioni sociali.
Un importante aspetto che cambia l'andamento del viaggio è l'aspettativa di ogni viaggiatore. Ognuno si crea un'immagine interiore e questo influenza la presa di decisione della meta e delle proprie azioni. L'immagine non include solo l'aspetto turistico, ma anche l'immagine di se stesso che il soggetto ha scelto di sperimentare.

Il viaggio è fautore di cambiamento: è in grado di mutare l’identità di ogni viaggiatore. Quando viaggiamo cambiamo di “stato”, usciamo dalla nostra routine e dai nostri schemi. Ci scontriamo con nuove realtà, dove possiamo esplorare ed esplorarci attraverso una nuova prospettiva dove i nostri limiti vengono incontrati e 

superati e noi ci sentiamo più vivi, arricchiti e rinnovati. Essere calati in una realtà differente ci consente di vedere nuovi modi di vivere, scoprendo in sé stessi nuovi modi di essere. Adottiamo nuovi punti di vista, accrescendo quelli sulla nostra realtà, aumentando il nostro senso critico.

Vedere nuovi luoghi è un toccasana per la mente: guardando i luoghi incantevoli del mondo, la nostra mente in contemplazione, si placa e riposa.
Viaggiare cambia i nostri sensi. Essi si aguzzano attivandosi tra ciò che vedono, sentono, toccano, gustano.
Anche nel nostro cervello avviene un cambiamento, percorrendo nuove strade, conoscendo persone e imparando lingue le connessioni tra i nostri neuroni aumentano e noi “funzioniamo” meglio. Esaminando l'encefalo di 329 persone, l'equipe di ricercatori diretta da Michael Valenzuela dell'Università di Sydney, ha scoperto che chi aveva viaggiato molto e in generale aveva avuto una vita attiva, aveva anche una maggiore densità neuronale.
Il viaggio trasforma i nostri ricordi: ne costruisce di nuovi, trasforma quelli passati. Vengono stretti legami più intenso con gli amici o i familiari che ci hanno accompagnato.
"Viaggiare è come innamorarsi: il mondo si fa nuovo…". Jan Myrdal
"Non c’è uomo più completo di colui che ha viaggiato, che ha cambiato venti volte la forma del suo pensiero e della sua vita". Alphonse de Lamartine

E tu dopo un viaggio come ti senti cambiato?

Lara Zucchini

Fonti:

Bruschi F., Pagnini E., Pinzauti P., Cultura turistica, Hoepli: Milano, 1991.
Gulotta G., Psicologia turistica, Giuffrè editore: Milano, 1997.

venerdì 19 febbraio 2016

Quando nasce una MAMMA!?! (parte 2)

Vediamo cosa accade nel corpo e nella mente delle donne in gravidanza. Iniziano a crearsi le rappresentazioni materne e ciascuna di loro immagina quale sorriso avrà il proprio bambino!


In campo psicoanalitico le rappresentazioni materne rappresentano il modo in cui il soggetto organizza e costruisce con processi di introiezione ed identificazione immagini mentali di sé e dell’altro. Lo stesso Freud (1915) individua nelle rappresentazioni e nell'affetto gli elementi costitutivi delle pulsioni e li pone al centro della vita psichica del soggetto.
Le rappresentazioni materne durante la gravidanza sono talmente influenti al punto da influenzare la relazione madre-bambino. Sono proprio le rappresentazioni materne interiorizzate della propria madre a predire il comportamento materno della futura mamma.
Il gruppo di studio di Ammaniti dell'Università di Roma (1990) ha elaborato un' intervista semistrutturata: IRMAG/Intervista per le rappresentazioni materne in gravidanza. E’ uno strumento valutativo delle rappresentazioni in gravidanza, con l’obiettivo di esplorazione dell'area delle rappresentazioni mentali concernenti non solo se stessa come persona e come madre, ma anche il partner e la propria famiglia d'origine, nella donna che si trova ad affrontare la maternità.
Assalite da mille emozioni, anche in contrasto tra di loro, le future mamma immagino il giorno del parto, immagino come la loro vita cambierà, si chiedono che tipo di mamme saranno. Se saranno in grado di impartire al proprio figlio valori ed educazione. Si chiedono se saranno in grado di far le mamme o capaci di allattare.
Ma ciò che aspettano ed immaginano di più è il momento in cui potranno finalmente stringere al proprio corpo il loro amato figlio…..

giovedì 18 febbraio 2016

Da domani a dieta!!!

Il Natale, la Pasqua, il compleanno, la laurea, la Cresima, etc.., cosa hanno in comune queste festività tra loro? Trascorre del tempo con amici e parenti!? In parte. Ma a fare da padrone sono: la grande quantità di cibo e i sensi di colpa successivi.




La tipica frase che segue grandi abbuffate e periodi di festività è: Da domani sono a dieta! E’ forse una delle frasi più pronunciate al mondo…
I più fortunati saranno in grado di mantenere questa promessa, altri invece rimanderanno l’inizio della dieta di lunedì in lunedì.

D'altra parte, secondo la psicologia sociale del cibo, lo stile alimentare di ciascuno di noi gioca un ruolo importante nella comprensione del proprio sé e nel modo di regolare il comportamento legato all'assunzione del cibo.

Secondo Fiske e Taylor (1991), il processo di autoregolazione è implicato nei comportamenti alimentari, essi definiscono questo processo come: “un processo mentale e comportamentale attraverso il quale le persone manifestano le proprie concezioni di sé stessi, rielaborano le proprie condotte o trasformano l’ambiente, in modo da ottenere risultati in linea con le proprie percezioni di sé e con i propri obiettivi”.
Dunque l’autoregolazione è un costrutto che percepisce l’individuo come impegnato nello sforzo di modificare il proprio comportamento, al fine di eliminare azioni o pensieri disfunzionali. (Bandura, 1982).
Essa comporta l’identificazione degli obiettivi da perseguire, ed è contraddistinta da due fasi:
  •  La fase motivazionale: la quale fa riferimento alle aspettative, così da arrivare all'obiettivo prefissato.
  • La fase volitiva: si basa sulla pianificazione dell’azione al fine di raggiungere l’obiettivo.
Entrambe le fasi danno avvio al cambiamento del regime alimentare.
Le motivazione per decidere di cambiare il proprio stile alimentare sono differenti, vanno da ragioni prettamente estetiche a ragioni legate alla salute oppure ragioni legate alla salvaguardia dell’ambiente e degli animali.

Fortunatamente oggi grazie a numerosi ristoranti sparsi sul territorio e numerose informazioni che si trovano sul web, si possono provare ed assaggiare tutti i differenti stili di cucina e scegliere quella che più sono incline con la propria idea di cambiamento alimentare.





Federica Lodato 

Fonti:

M.Conner & C.J. Armitage (2008). "La psicologia a tavola". Il mulino.